
lunedì 30 aprile 2018
PALA ALTA anni 80 Via Arban e via nuova...
Ogni via percorsa in un ambiente selvaggio, fuori dai percorsi preconfezionati, troppo frequentati e documentati, ha una storia da raccontare. Si può sbagliare il tragitto di avvicinamento e perdersi imprecando in un groviglio di mughi, risultato: quattro ore di scarpinata, con calate improvvisate e risalite su prati verticali... Si può passare una notte all'addiaccio su una cengia inclinata e scomoda con la compagnia terrificante di una miriade di zecche, risultato: una notte da incubo a grattare preoccupati ogni prurito... Si può accorgersi al mattino, durante i preparativi, di aver dimenticato un martello, e di aver con se pochi chiodi, risultato: se si vuol proseguire, bisogna adattarsi con tre nut e qualche cordino... Si può sbagliare l'attacco e superare terrorizzati una placca a scaglie, si può proseguire titubanti e passare attraverso un labirinto di massi instabili...Si può giungere in cima, sfiniti, senza più un chiodo, ma incredibilmente felici, risultato: dobbiamo tornare ed aprire una via nuova!!


mercoledì 7 febbraio 2018
Spigolo Strobel 1992 ...un invernale senza cicche...
Verso il
tardo pomeriggio inizia a nevicare, esco
imprecando dalla stanza
allestita a bivacco invernale del Rifugio Casera di Bosconero, mentre
Pietro alimenta il fuoco della stufa. Scruto meravigliato
l'inaspettata nevicata e preoccupato per le condizioni che troverò
l'indomani in parete cerco di sedare l'ansia fumando una cicca dietro
l'altra. Le previsioni allora non erano precise come ai
giorni nostri e quell'anno l'inverno si era presentato piuttosto mite
e privo di precipitazioni , ritardando le mie ambizioni alpinistiche.
Da tempo avevo programmato di fare da solo lo “strobel” in
invernale cercando di emulare colui che per me era il più grande
alpinista solitario di sempre, e cioè Renato Casarotto, che aveva
percorso la via in cordata per la prima volta nella stagione
avversa. Naturalmente volevo le condizioni come nelle sue imprese:
con tanta neve e temperature estreme e forse quella nevicata che
tanto mi irritava capitava a pennello per colorare con più bianco le
montagne un po' smorte di quel febbraio inusuale. La mattina giunti di
buon ora con il cielo terso, avevamo trovato il sentiero privo di
neve fin quasi sotto al rifugio, e Pietro che come in altre occasioni
si era offerto volontario per aiutarmi nel trasporto del materiale,
era più infastidito di me per le condizioni troppo morbide della
montagna. Con il tramonto il cielo si apre, sono caduti appena 5 cm
di neve, e un forte vento sconquassa i profili della Rocchetta
sollevando un turbinio bianco che pian piano si dissolve nel blu
intenso del cielo ormai pronto a far spazio alle stelle. Quando
rabbuia tutto si calma e il gelo ci accompagna verso il calore del
rifugio, ceniamo dando fondo all'ultimo goccio di vino nero che il
mio amico ha vinificato con amore e passione. Pietro è un tipo
eccentrico, un pensatore, un ribelle rabbioso in conflitto con gli
eccessi della modernità, cerca nel possibile di coltivare in modo
naturale tutto ciò che mangia, ha portato persino un po' del tabacco
prodotto in piccola quantità finemente con le sue mani. Ha un amore
immenso per la montagna, per le zone selvagge, ma non ha mai ambito
scalare e vivere la roccia, il suo mondo sono i boschi, le valli
anguste, i suoni della natura. Dopo quegli anni il mio compagno
invecchiando si è un po' rabbonito, mantenendo comunque fede ai suoi
ideali, eravamo grandi amici ma purtroppo come spesso capita nei
rapporti più forti, alcune incomprensioni ci hanno fatto perdere di
vista, senza però farmi dimenticare i bei momenti passati assieme.
Dopo un buon caffè corretto con la grappa usciamo per fumare, lui si
prepara la pipa che abilmente si è costruito ed io scopro con
stupore di avere a disposizione l'ultima sigaretta, ho fumato tutto
il giorno senza ritegno. La dipendenza al tabacco mi porta in uno
stato confusionale; dovrò rinunciare alla salita, come potrò
bivaccare in parete senza la compagnia del fumo...!? Mentre mi gusto
ansioso l'ultima cicca, guardo il mio amico con una maschera di
supplica, e lui capisce dove andrò a parare e si infastidisce, tiene
a quel tabacco come ad un oracolo e lo fuma con parsimonia e
devozione. Impreca, dandomi del tossico incapace di controllarmi, ma
poi capisce e si rassegna: “ …questo la via senza fumar no al va
a farla!” Su quello che non intrasige è il prestarmi la pipa,
avrà bisogno di fumare anche lui, rimarrà al rifugio da solo per un
giorno ancora e anche per la notte successiva, poi si vedrà…
L'unica cosa che mi viene in mente è ritagliare minuziosamente in
piccoli pezzi una pagina del giornale che si trova sulla cassa della
legna vicino alla stufa. Preparo una ventina di cartine già pronte
all'uso. Prima di coricarmi rollo un po' del tabacco che il buon
Pietro mi ha preparato su una busta di nylon; lecco con più saliva
possibile, ma la carta si stacca continuamente, quando provo ad
accendere quella specie di mozzicone contorto, il bordo si infiamma,
la spengo e provo a tirare, una aspirata acre che toglie il fiato e
poi la brace si spegne, devo ripetere l'operazione più volte, prima
di stabilire di aver assunto la giusta dose di quella droga di cui
sono dipendente ancora oggi, sarà un impresa, ma non ho alternativa.
La mattina di buonora quando usciamo fa un freddo bestiale, la mole e
la siluette nera della Rocchetta Alta che si staglia contro il cielo
ancora stellato mi incute paura, ma quando intuisco le striature e le
pennellate candide lasciate dall'ultima nevicata, il mio spirito
d'avventuriero riacquista vigore. Sul sentiero dietro il rifugio il
mio compagno si piazza d'avanti con un bel zainone in spalla e
comincia a battere la traccia, man mano che saliamo la quantità di
neve aumenta, sprofondiamo anche per trenta quaranta centimetri, io
sbuffo parecchio, i miei polmoni faticano a dilatarsi, ostruiti
sicuramente da una massa di catrame e nicotina. Sotto lo zoccolo
indosso l'imbragatura, sistemo tutto il materiale in modo ordinato, e
lego lo zaino da recuperare sul capo di una delle due corde che mi
faranno compagnia durante la salita. La prima parte è completamente
innevata, sono costretto ad indossare i ramponi, stringo bene il
cinturino di sicurezza e dopo aver salutato il mio amico, parto.
Salgo senza assicurarmi aprendomi la strada sulla neve , i ramponi
grattano sulla roccia nascosta e con la picca cerco di trovare
qualche sporgenza dove caricare la forza in trazione, dietro di me
una scia scura lascia intuire il mio passaggio. Dalle cenge in alto
piccole slavine di neve polverosa rovinano verso il basso passandomi
accanto, ma ormai il mio corpo caldo ed eccitato dall'ambiente magico
che mi sta attorno, mi fa sentire un leone, tanto da immedesimarmi
con la figura del “grande Renato” che sale imperterrito contro
gli elementi. Sotto al primo tiro vero e proprio decido di proseguire
in autosicura e di indossare le scarpette, anche se la parete è in
parte vetrata. Le scarpe erano un paio di mitiche One Sport un numero
più grande, indossate con due calzini. Superato il primo strapiombo,
cercando di evitare i tratti di ghiaccio, sono costretto ad
attraversare subito a sinistra e a risalire un diedro intasato di
neve. Impreco per un infinità di tempo buttando dentro tutto quel
che posso, e ahimè azzerando ogni passaggio, prima di venirne a
capo. Dopo la discesa e la risalita con i jumar mi stravacco sulla
cengia ansimante e con il desiderio incontrollabile di fumarmi una
cicca. Devo essere parsimonioso, perché il tabacco è dosato e mi
dovrà servire per la lunga notte, rollo la sigaretta con le mani
intirizzite e secche, ne vien fuori un moncone informe che continua
ad aprirsi sul punto di giunzione, riesco a fare un paio di aspirate
alla disperata e poi il contenuto finisce sulla neve, bestemmio
dandomi del idiota per non aver portato con me le sigarette
sufficienti... Lo spigolo aereo della Rocchetta appare ora ripulito,
decido di proseguire slegato per velocizzare i tempi. Mi sistemo bene
due cordini con due moschettoni sull’imbrago per essere pronto ad
agganciarmi eventualmente a qualche chiodo e riparto. Proseguo così
per altre cinque lunghezze, assicurandomi solo parzialmente su
qualche passaggio e recuperando ad ogni tiro lo zaino agganciato ad
un chiodo della sosta con un gancio fiffi. Superato i due tiri più
impegnativi decido di sistemare il posto da bivacco sul esile cengia
sotto al diedro giallo strapiombante che conduce sulla parte alta
della via. Il recupero del saccone mi ha acciaiato le braccia, non so
che ore sono, non ho un orologio e cerco di regolarmi con la luce del
sole. Giù al rifugio intravedo movimento, ci sono tre persone; Aldo
De Zordi con un amico è venuto per seguire la mia invernale, vengo a
sapere successivamente che in quel frangente stavano discutendo con
Pietro sul perché mi fermassi così presto. Sono solo le due. Scatto
qualche foto, scoprendo in futuro che l'otturatore della mia nuova
Yashica reflex tutta meccanica e manuale ha il vizietto di non far
aprire l'otturatore quando fa un po' di freddo, bestemmierò poi,
facendomi comunque fregare in altre occasioni. Non capisco perché il
buio tardi ad arrivare, ma stando fermi fa freddo, mi infilo nel
sacco piuma e armeggio con il fornello per sciogliere un po' di neve
e prepararmi una bevanda calda, poi preso nuovamente da una crisi
d'astinenza, mi industrio per risolvere il problema delle cartine,
costruisco con il cartoncino di una scatola di sardine una sorta di
cono che assomiglia vagamente ad un “ciloom”, lo riempio di
tabacco e lo accendo, sembra funzionare, solo che per tenerlo acceso
devo aspirare con forza continuamente, tanto da stordirmi ed entrare
in uno stato comatoso. Tra uno spuntino e l'altro ripeto più volte
l'operazione, mentre la penombra lascia spazio nuovamente al cielo
stellato. Le luci di Zoldo pian piano si accendono dando alla vallata
un tocco magico, mentre l'imponente sagoma della Civetta si staglia
sempre più scura sull'orizzonte in dissolvenza. Il gelo mi avvolge,
entro completamente dentro il sacco, lasciando un apertura di pochi
centimetri, giusto per poter respirare. La notte è interminabile un
dormiveglia continuo, ogni tanto esco dal mio caldo “cuccio”, per
cercare la compagnia del fumo, ogni volta una raggelata incredibile,
ci vogliono parecchi minuti per tornare ad un tepore accettabile. Do
fondo alleultime riserve di tabacco e verso mattina entro in un sonno profondo... E' giorno già da un pezzo quando esco tremante dal mio nido notturno, sono nervoso e preoccupato per l'assenza di tabacco, dovrò salire più veloce possibile per evitare un eventuale bivacco, parto nuovamente slegato. Sotto al primo strapiombo, ho le mani completamente ghiacciate, saggio attentamente un chiodo dove sono costretto ad appendermi, ci metto un infinità di tempo a riscaldare le mie dita indiavolate, ma poi proseguo veloce senza intoppi. Sul canale terminale sprofondo fino alla cinta, mi alzo un metro e scivolo all'indietro di mezzo, una lotta con l'alpe, ansimo per un infinità di tempo ma poi riesco a stravaccarmi sulla forcella sotto la cima dove termina la via. Urlo di gioia, mi sento un eroe, per festeggiare cerco con la fantasia le immagini di Casarotto, di Bonatti, di Bee... mi guardo intorno ma sono solo... tutto mi pare offuscato, quanto vorrei avere una cicca a farmi compagnia... Quando giungo al rifugio, Pietro mi attende sorridente, già da lontano ha visto nel mio volto trasparire il bisogno di fumo, si congratula con me e mi porge con fierezza la sua pipa già pronta all'uso...
lunedì 29 gennaio 2018
SCHIEVENIN Più sicurezza per le tasche di qualcuno...
Mi sembra, che nella Valle di
Schievenin, gli incidenti sono avvenuti sempre per delle
distrazioni, non certo a causa delle protezioni in loco ( spit ,
catene o moschettoni), mi sento anche di dire che tutto sommato è
una delle palestre di roccia più sicure del circondario, nonostante
qualcuno abbia cercato di gettare scompiglio e terrore. Comunque
l'arrampicata in ambiente resta un attività estrema e pericolosa.
Chiaro che numerosi moschettoni o maglie rapide andrebbero
sostituiti, lo faccio presente continuamente, in molti casi mi
adopero per sostituirli e lo fa anche qualche anonimo volontario, a
differenza di molti che si lamentano pubblicamente e non hanno mai
messo mano. Sono buoni i propositi del comune di Quero per un
arricchimento della Valle in prospettiva turistica, ma per quel che
riguarda la messa in sicurezza c'è stata una mancanza di conoscenza
e sensibilità, che ha messo hai margini, senza interpellarli, coloro
che negli anni hanno aperto e mantenuto le vie in sicurezza. Non
faccio nomi, ce ne sono tanti. Mi sento di nominare l'unico che, come
gruppo, per un periodo della storia di Schievenin, si è dato da fare
per la manutenzione di quasi tutte le vie, ovvero “I Salvan” del
Cai di Montebelluna. Quel che mi lascia esterrefatto è che i più
assidui frequentatori non sanno ancora a chi verrà dato l'onere di
sistemare la palestra e con quali “escamotage” all'italiana si
sono conquistati, magari senza meriti, soldini facili per pseudo lavori
inventati. Con il presupposto che non dovrebbe essere un lavoro ma
una passione collettiva di volontariato, io come sempre lo farei
gratis, eccetto per il materiale naturalmente, lavorando solo dove
veramente necessario...pensate quanti soldi risparmierebbe il comune!
Ah ah ah...!
Forse sarà perché sono un romantico e
vedo ancora l'arrampicata come un attività pulita, fuori dagli
schemi degli interessi economici che mi permetto di fare polemica, ma
lo so bene che i miei commenti sono sterili e che le carte sono
già state giocate. Spero solo che i fortunati “professionisti”
abbiano il buon senso di rispettare la storia e quello
che hanno fatto gli altri, senza ridurre l'arrampicata libera ad una
progressione con il rinvio sempre davanti al naso...
Ah... dimenticavo le vie sono già state mappate....
Ah... dimenticavo le vie sono già state mappate....
lunedì 1 gennaio 2018
2018....ANCORA NO SPIT
Il
2017 è stato per me il classico anno sabbatico, in cui ho sentito
veramente il peso degli anni, con un'alternanza di condizioni fisiche
che non mi hanno permesso di trovare mai gli stimoli e il momento
giusto per realizzare qualche sogno alpinistico rimasto nel cassetto.
Al tutto poi si è aggiunta la triste notizia che alcuni “ boce”
hanno aperto delle vie, usando trapano e spit, sulle montagne che più
amo; le Alpi Feltrine, i Monti del Sole e il Bosconero. Una mazzata
per il mio modo di vedere. Gruppi montuosi, che nonostante la modesta
quota, considero a tutti gli effetti montagne con la emme maiuscola,
e quindi riservate all'alpinismo vero e proprio con tutte le
caratteristiche e difficoltà che questa attività acclude: dai
faticosi avvicinamenti con zaini pesanti, all'incertezza per le
condizioni del tempo, dalla morfologia dell'ambiente fatto di neve
ghiaccio e roccia, alla varietà dei suoi percorsi con mura
inaccessibili fatte di fessure, pieghe naturali, placche lisce,
strapiombi, tetti etc... barriere naturali con le quali ogni
alpinista deve sapersi confrontare imponendosi delle regole etiche
che limitino l'uso della tecnologia e delle attrezzature moderne.
Ben
si sa che l'uomo è andato sulla luna, e che già agli inizi del
secolo scorso si costruivano palazzi di centinaia di metri ed
esistevano perforatori a percussione in grado di forare il granito,
lo sapevano anche Paul Preuss e George Winkler, e tutti i grandi
alpinisti di quel epoca e di quella successiva, che erano certamente
opposti per la maggioranza, a qualche mente perversa che già allora
aveva costruito vie ferrate e funamboliche funivie per raggiungere
cime impossibili, per la gioia del turista della domenica e delle
tasche di pochi magnati. Un progresso nemico della natura che ha
portato solo dopo alla consapevolezza della tutela degli ambienti dei
giorni nostri mettendo un limite a dette opere. Questa breve
riflessione può apparire piena di retorica, ma è strettamente
collegata a piccolezze come quella di praticare l'alpinismo usando il
trapano per riempire il proprio carniere, superando barando i propri
limiti. E' più forte di me non riesco a tacere per quanto mi
riprometta di stare zitto e di non alimentare polemiche, visto che
allo stato attuale, mi sento solo a combattere contro il mondo intero
per un ideale che non riesco più a rendere elastico. Spero almeno di
sensibilizzare i pochi giovani che curiosano per caso nel mio blog, o
di spronare qualche vecchio a tenere duro per non farsi ammaliare
dai grandi numeri senza rischi proposti da questi itinerari definiti
moderni. L'alpinismo deve distinguersi dall'arrampicata sportiva, e
come essa porsi delle regole, ci sta' a pennello il non trapanare la
roccia come il non usare le bombole di ossigeno in quota, il non
lasciare spit fissi, come il non costruire campi intermedi fissi in
quota (qualcuno ci ha già pensato seriamente).
Credo
che sulle dolomiti l'evoluzione delle vie “trad”, dell'alpinismo
pulito, sia stata frenata dall'essere andati molto avanti con il
grado di difficoltà nell'arrampicata sportiva praticata in falesia e
sui massi, si è voluto poi riproporre le stesse situazioni in
montagna, dando l'illusione ai numerosi ripetitori di praticare
alpinismo estremo. In realtà si tratta di una scorciatoia messa in
atto da chi non ha voluto accettare i propri limiti, proponendo
un'evoluzione basata su un esagerato innalzamento della difficoltà,
che ha saltato un percorso intermedio, sminuendo gli itinerari
classici e il più recente periodo storico di un' intera
generazione che si è affannata nella ricerca dell'arrampicata libera, dove la difficoltà non era solo un gesto atletico, bensì la
capacità mentale di muoversi solo con le protezioni concesse dalla
morfologia della roccia. Stile improntato su di un etica rigida che
ha portato all'apertura “on sight “ di vie con difficoltà poco
oltre il VII e ben lontana dai grandi numeri proposti dai moderni
trapanatori. Sono vie rimaste nell'oblio ripetute raramente solo da
pochi preparati e che meriterebbero tutte le attenzioni della
cronaca. Volendo poi, per chi si lamenta che non c'è più niente da
fare, di queste vie mancherebbero le prime invernali, le prime
solitarie, e comunque con un po' di fantasia e creatività ci sono
ancora numerose vie stradure da aprire, chiaramente su queste il pericolo non manca, ma proprio non me lo vedo l'alpinismo senza rischio.
Sui
trapanatori quello che mi lascia perplesso è la confusione di
pensiero, con tutte quelle etiche e sotto etiche che si stanno
sviluppando formando diverse schiere: da quelli che si definisco
esclusivamente arrampicatori sportivi, e forse sono quelli più
coerenti, che attrezzano da cima a fondo e gradano bello lasco per
attirare intere masse. A quelli un po' confusi, con più cultura
alpinistica, liberisti puri, che aprono la via in stile classico, ma
che poi sulla placca si dicono è impossibile passare, e dopo aver
armeggiato in artificiale con clif e micro chiodi, concludono con il
trapano, giustificando il proprio senso di colpa asserendo di aver
usato solo due spit in tutta la via. Altra categoria, ed è quella
che mi fa più paura, è quella di chi, dichiarandosi altruista,
si preoccupa che alcuni gruppi montuosi siano poco frequentati, ed
invece di andare a ripetere le vie già esistenti in prima persona,
pensa bene di aprirne di nuove, attrezzando con gli spit, guarda
caso solo il tiro che devono tornare a provare in libera...
Non
me ne voglia nessuno per queste affermazioni, le mie critiche sono
sterili, come già detto sono solo un vecchio ago nel pagliaio, ma
credo più che fermamente che la montagna meriterebbe più rispetto e
che all'alpinismo, con tutto il suo bagaglio storico, vada concessa
una semplice regola come quella della “lealtà” di non trapanare
la roccia. Per chi ha voglia di spittare ci sono innumerevoli
falesie alte anche fino a 300 metri, nelle quali è possibile
sviluppare l'arrampicata sportiva a più tiri, e comunque ce ne sono
già molte e la maggioranza son poco ripetute.
Concludo:
sarebbe veramente bello lasciare stare la montagna e il terreno per
lo sviluppo dell'alpinismo dell'arrampicata trad e dell'
avventura....perciò Buon 2018.....senza spit!!!
giovedì 28 dicembre 2017
martedì 19 settembre 2017
MONTI DEL SOLE... per i nuovi appassionati...




domenica 27 agosto 2017
PIZ DE SAGRON "Variante dei Pieri" alla via...
...l'idea era di aprire una via tutta indipendente e diretta, che salisse a destra della "Via Zanotto, Zanetti, Pranovi"del 1966. Purtroppo, ad oltre metà parete, giunti alla bellissima placconata nera che si insinua in una zona di strapiombi gialli e che avevamo immaginato come direttiva della via, scopriamo con sorpresa che una fila di vecchi chiodi segnala che qualcuno è già passato prima di noi. Dalle documentazioni in nostro possesso non risulta , ma a mio modesto parere, vista anche la tipologia dei chiodi, credo si tratti di una vecchia variante, fatta sempre negli anni 60 da ignoti, all'uscita originale della via dei tre vicentini, (Zanotto, Zanetti, Pranovi,). I dubbi restano però ... e per questo spero di ricevere qualche notizia dettagliata da chi ne sapesse qualcosa. La nostra via o variante è comunque una valida alternativa per la parte bassa; evita a destra la lunga spaccatura obliqua della via originale, salendo con una logica più moderna che evita le zone più friabili su divertenti placche e brevi diedri. Nel complesso i due tracciati concatenati creano una linea diretta su roccia discreta e spesso ottima, sopratutto sulla placca sopra citata dove posso affermare di aver percorso uno dei tiri più belli delle Alpi Feltrine. La via ha una sviluppo di oltre 700mt, con difficoltà fino al sesto grado e tutti i chiodi usati sono rimasti in parete. Nonostante le difficoltà discontinue la via è consigliabile solo ad una cordata esperta munita di una serie di friend, nut, chiodi e per una ripetizione bisogna calcolare circa 6-8 ore. Va tenuto presente che poco a destra del nostro itinerario sale una via parallela ("Via Rinaldo" F.Lamo e N.Carraro 1996), che va comunque ad inserirsi nella parte alta nello stesso percorso.
AVVICINAMENTO: dal Passo Cereda si raggiunge, per la ripida strada forestale, la malga Fossetta. Quindi seguendo i segnavia del CAI, per ripido sentiero, si raggiunge il Passo di Palughet . Si prosegue a sinistra seguendo la dorsale erbosa in direzione delle Pale di Palughet , fino ad incontrare sulla destra il ripido canalone che scende nella spettacolare Val Giasenozza. Alla base del canalone si risale in direzione della Forcella di Sagron fin dove è possibile volgere a destra e raggiungere le due fasce erbose dove attacca la via (ore 1,30 ).
DISCESA: Per il canalone nord. Dalla cima si scende verso est seguendo gli evidenti segnavia della via normale ( I/II ). Raggiunta una lunga cengia la si segue completamente in direzione ovest raggiungendo un evidente torroncino, lo si aggira a destra e si prosegue ancora contornando altri massi fin dove un' apertura meno ripida permette di scendere a destra ed entrare nel canalone nord. Si prosegue scendendo su difficoltà continue di primo e secondo grado, andando inizialmente a destra poi a sinistra e usufruendo di alcune calate attrezzate fino a raggiungere la base (ore 2/3 ) .
E' possibile anche raggiungere l'attacco da Mattiuzzi per il canalone della Forcella Sagron, e per la discesa, scendere dalla cima al Bivacco Feltre e quindi per il sentiero 801 dell' alta via,
scendendo per "l'intaiada" tornare a Mattiuzzi. Consigliabile per evitare la difficile discesa del canalone nord.
AVVICINAMENTO: dal Passo Cereda si raggiunge, per la ripida strada forestale, la malga Fossetta. Quindi seguendo i segnavia del CAI, per ripido sentiero, si raggiunge il Passo di Palughet . Si prosegue a sinistra seguendo la dorsale erbosa in direzione delle Pale di Palughet , fino ad incontrare sulla destra il ripido canalone che scende nella spettacolare Val Giasenozza. Alla base del canalone si risale in direzione della Forcella di Sagron fin dove è possibile volgere a destra e raggiungere le due fasce erbose dove attacca la via (ore 1,30 ).
DISCESA: Per il canalone nord. Dalla cima si scende verso est seguendo gli evidenti segnavia della via normale ( I/II ). Raggiunta una lunga cengia la si segue completamente in direzione ovest raggiungendo un evidente torroncino, lo si aggira a destra e si prosegue ancora contornando altri massi fin dove un' apertura meno ripida permette di scendere a destra ed entrare nel canalone nord. Si prosegue scendendo su difficoltà continue di primo e secondo grado, andando inizialmente a destra poi a sinistra e usufruendo di alcune calate attrezzate fino a raggiungere la base (ore 2/3 ) .
E' possibile anche raggiungere l'attacco da Mattiuzzi per il canalone della Forcella Sagron, e per la discesa, scendere dalla cima al Bivacco Feltre e quindi per il sentiero 801 dell' alta via,
scendendo per "l'intaiada" tornare a Mattiuzzi. Consigliabile per evitare la difficile discesa del canalone nord.
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